Ferrara cinéphile tra allusioni e illusioni .

Massimo De Biaggi 2013 Ferrara cinematografica tra allusione ed illusione
Massimo De Biaggi 2013
Ferrara cinematografica tra allusioni ed illusioni
Massimo De Biaggi 2013 Ferrara cinematografica tra allusioni ed illusioni
Massimo De Biaggi 2013
Ferrara cinematografica tra allusioni ed illusioni

Ferrara cinéphile tra allusioni e illusioni .

Massimo De Biaggi ed i suoi 23 anni.

Questa città è stata, e si spera rimarrà, un laboratorio cinematografico.

Essa, di per se, possiede una sceneggiatura latente che produce in continuità quesiti cinematografici di rottura.

Massimo De Biaggi è un giovane illustratore ferrarese di 23 anni. Diplomatosi presso la Scuola Internazionale di Comic di Padova, già collabora con soggettisti di streeps. Possiede una buona produzione grafica digitale. Ha inoltre, uno spiccato intuito interpretativo del senso estetico dell’immagine su celluloide.

Poco tempo fa gli chiesi una sua libera interpretazione del tema “Ferrara cinematografica tra allusioni ed illusioni”. La mia curiosità era motivata dal decifrare quale dilatazione generazionale poteva esserci tra le mie visioni e quelle di un giovane ferrarese, su un tema così radicato nella città di Ferrara. Il risultato è l’illustrazione che pubblico.
La sua ricerca si è delibetariamente soffermata su Visconti, Fellini, Antognoni. Un flusso continuo di “rotture” che attraverso le provocazioni create dalla sensualità di una città di provincia, scardina le catene in cui essa si imprigiona. Ferrara è solo apparentemente una città sentimentale. Ferrara in “nuce”, esprime sempre, nuovi, “giovani”, bisogni erotico intellettuali.

Mi è capitato di accompagnare il critico cinematografico Tullio Kezich, in visita privata a Ferrara, non tra i monumenti bensì nei luoghi del cinema. Lui, sceneggiatore del film “La leggenda del santo bevitore”, che aveva vinto un “Natro d’argento”, per prima cosa volle vedere la magnolia di Giorgio Bassani. Quell’intellettuale mi fece scoprire una Ferrara cinematograficamente ancora “palpabile”. Da allora sono trascorsi più di vent’anni ma il ricordo di quella visita permane, forse indelebile se ripenso al suo invito a leggere la Ferrara come città di rottura.Gliene sono tuttore grato.

Un primo “caso” è stato Luchino Visconti.
Siamo nel 1943. Luchino Visconti ha girato a Ferrara “Ossessione” , tratto dal “Postino suona sempre due volte” di Cain. Osteggiato da tutte le forze reazionarie e conservatici, appariva un film rivoluzionario e di per se scandaloso. La ragione profonda era che esso colpiva al cuore il “Sistema” in quanto denunciava e si opponeva, per la prima volta, “all’esercizio di retorica del gusto”, come scriveva il giovane critico Aristarco. Era il tentativo di un cinema realistico che denunciava la verità del quotidiano vivere. Il regime divulgava i famosi “telefoni bianchi” e Visconti proponeva una città come appariva nel quotidiano: povera, stanca e volgare. Scenografia di un dramma consumato tra le sue mura. L’Italia era in guerra e perdeva su tutti i fronti. Il giornale “Avvenire” scriveva del film:

“Come ferraresi esprimiamo il nostro disgusto nel constatare che sia stata scelta proprio la nostra città per girare un film di questo genere. ….. Una delusione è stata la mancanza qualsiasi scrocio d’ambiente, la visione delle nostre belle ed assolate strade, delle caratteristiche nostre case e palazzi, delle pur seducenti campagne, del fiume regale, di tutto quello insomma che costituisce la caratteristica di Ferrara, il suo ambiente, la sua vita sil avoro e opere, non vita di vizio, di libertinaggio, di depravazione, che per fortuna non è affatto una nostra preogativa”.

Altro caso è stato Florestano Vancini che con il suo “La lunga notte del ’43” fu il precursore di un cinema d’inchiesta di cui possiamo avere susseguenti esempi, basti pensare a Francesco Rosi. Naturalmente, il film solo in parte girato a Ferrara, in un primo momento fu censurato ai minori di 16 anni. La motivazione era nella “scabrosità” di alcune scene. La città è di nuovo palcoscenico di una sceneggiatura scritta e riscritta alla ricerca di una denuncia che non poteva non richiedere una nuova inchiesta. In una sua lettera, Vancini scrive inerentemente quest’opera ed al periodo storico in cui è ambientata:
“Siamo stati educati alle affermazioni categoriche. … E’ per questo forse che oggi amiamo il dubbio”.

Ulteriore caso è Michelangelo Antongnoni , di cui mi limiterò ad accennare solo una delle innumerevoli tematiche da lui affrontate e che hanno rivoluzionato il fare cinema. Mi rifersico ai molteplici “sguardi” attraverso i quali osservare ciò che noi riteniamo la realtà. Sono i differenti punti di osservazione dai quali scoprire ciò che non appare che rompono quell’immagine in se. Quella immagine che siamo stati educati a vedere: ciò che ci circonda solo attraverso il nostro punto di osservazione. Nascono nuovi punti di partenza che permettono nuovi percosi filmici, nuove scoperte prospettiche. E’ la denuncia di un disagio esistenziale che pone in crisi ciò che noi pensiamo di vedere, cioè di conoscere. La rottura consiste nel mettere in dubbio l’attendibilità delle nostre convinzioni mostrandole su di uno schermo piatto. Viene superata la realtà oggettiva dell’immagine per trasformarsi in opera autoriale. E pensare che tutto era partito dal suo primo documentario “Gente del Po”.
Altri autori sono passati per il territorio ferrarese: Rossellini, Fellini, Montaldo ed altri ancora a vario titolo. Sarebbe troppo lungo parlarne. Ciò dimostra il grande archivio che la città a disposizione per la creazoni di nuovi itinerari turistici alternativi.
Il turismo di massa raramente conosce o per lo meno è sensibile circa l’importanza del laboratorio cinematografico “Ferrara”, nell’ambito dell’evoluzione del cinema italiano. Ripeto, ci sarebbe molto da proporre in questo senso.
Ma, riprendendo Bernardo Bertolucci, invito tutti ad “andare avanti”, ad assumersi nuovi rischi.

Da un intervista a Bernardo Bertolucci:
“… i rischi sono che gli amici cinéphiles troveranno una mancanza di piani fissi, perché il piano fisso gli da sicurezza; delle sequenze supermontate, e allora saranno pieni di panico, perché il piano-sequenza li tranquillizza e il montaggio li terrorizza: eccetera …. altri dovrebbero ancora fare uno sforzo per vincere la paura, e scoprirebbero che il “rigore” che li ossessiona tanto, si nasconde a volte nella frivolità di una carrellata, nella sensualità di un dolly, nell’aberrazione di una sequenza doppiata.”

Relazioni tra storia ufficiale e storia testimoniata – Florestano partigiano e l’enigma del campanile.

La storia e le storie

Relazioni tra storia ufficiale e storia testimoniata

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Un futuro regista, un futuro avvocato ed un giovane partigiano morto a 18 anni.
Di Florestano ricordo la sua semplicità, schiettezza e curiosità. Egli era attento ad ogni informazione storica pervenuta. Altresì molto critico, nel vaglio della stessa. Loquace ed aperto, spesso divagava o “arricchiva il narrato”, per cui non era difficile farlo “raccontare”, proprio perché come detto, palesemente semplice e diretto. Fu così, molto casualmente che iniziammo a parlare della Chiesa di San Giuseppe, Santa Rita e Santa Tecla, in via Mayr, qui a Ferrara, della lapide di Alessandro Frighi morto in combattimento nell’aprile del ’45.
La “sua” storia era interessante soprattutto per i dettagli attraverso i quali ricollocava l’evento senza annoiare, anche a distanza di molti anni, quasi fosse appena avvenuto. Rara dote. Non per niente era regista cinematografico e “descriveva” il suo sentire politico sociale attraverso la cinepresa, come ben ricordo egli amava precisarmi. Il talento di Florestano, così come lo percepii, era nel saper “fotografare” quella semplice immagine, una sola, che avrebbe data valenza emotiva a tutto l’evento, rendendolo indimenticabile.
La testimonianza
Erano lui, Valentino Galeotti, poi divenuto avvocato che conosco e ricordo con affetto fin da quando ero bambino, ed Alessandro Frighi. Erano andati “sul campanile” di San Giuseppe per sparare ai tedeschi che erano sulle mura in posizione, rivolti contro gli alleati, a loro volta pronti in attesa d’attaccare la città, al di là del Po di Volano. I tedeschi risposero al fuoco dei giovani partigiani. Un proiettile di rimbalzo colpì Frighi alla nuca che decedette sul colpo. Sentitisi individuati, immeditamente iniziarono la fuga. Il dettaglio emotivo che qualificò il “narrato” di Florestano fu il “suo ricordare” come nel discendere, “… il capo insanguinato del Frighi sbattendo rimbalzasse ad ogni gradino…”, mentre ne trascinavano il corpo fuori dal campanile. Era una giornata luminosa ed erano giovani studenti.
Tornammo a ” San Giuseppe” passeggiando per le vie interne. In via Carri, all’angolo con via Boccacanale ci fermammo. Florestano amava quel punto. Lo ridisegnava con la memoria con un tale affetto che trasudava da ogni sua parola. Eppure, non sembrava proprio un uomo romantico. Chiedemmo al prete polacco di permetterci di rivedere la fantastica raccolta di reliquie. Erano lì, rare e preziose, sconosciute alla maggioranza della cittadinanza. Riprendemmo la via del ritorno camminando lungo via Gioco del Pallone, via Mazzini, per finire da “Giori” a bere qualcosa. Fu un pomeriggio gradevole. Non era difficile far “narrare” Florestano. Era sufficiente fare delle domande intelliggenti al momento giusto. Sprattutto, mai interromperlo.
Non mi sono mai permesso di chiedergli in che condizioni era il campanile nel ’45 dopo il precedente bombardamento della struttura, avvenuto da parte degli alleati nel ’44. Ho letto che il campanile è stato ricostruito nel ’58. Tantomeno cercare Valentino Galeotti per chiarimenti. Non mi interessano questi aspetti. Invece è la qualità della narrazione, così come sentita dal suo narratore che mi affascina e sento mia. E’ il sistematico “embrayage e debrayage” che incosapevolmente applicchiamo. E’ “l’io” e il “non io”, nel narrato. Florestano Vancini, probabilmente inconsapevolmente, nel suo famoso film “La lunga notte del ’43, ha applicato “l’io” e il “non io”, al linguaggio del suo narrato cinematografico. D’altronde non poteva essere altrimenti visto il grande scrittore a cui si era ipirato: Giorgio Bassani.
Questi aspetti, ovviamente non sono per un pubblico di massa, se non d’elìte. Un pubblico che è sempre alla ricerca di un itinerario alternativo a quello prettamente turistico. Ferrara è pregna di testimonianze storico culturali. Ferrara nella complessità della sua storia non è città facile da “narrare” se non si riesce ad entrare ed uscire dal suo narrato.
Come per Florestano, il “gioco delle parole” vale anche per le guide turistiche. Ho osservato più volte il loro “comunicare” la città al pubblico. Putroppo non sono dei buoni comunicatori. E’ raro sentire la città rivivere vibrante tra le loro illustrazioni. Ma questo è tutto un altro dire.
L a bellezza di una “Vergine del Melograno” non può essere trasmessa senza un tocco di “embrayage”.

EMOZIONI FERRARESI

FERRARA PER NOI
“EMOZIONI FERARESI”
Dedicato a Marcello Govoni

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FERRARA PER NOI
“EMOZIONI FERARESI”
Dedicato a Marcello Govoni

Con Marcello ci conosciamo dalla scuola media. Abbiamo frequentato la stessa parrocchia, condiviso i nostri viaggi in “Lambretta”, le stesse letture. Un’ adolescenza ferrarese densa di scorribande notturne in bicicletta alla ricerca dei luoghi perduti della città, come il Barchetto del Duca per fare un esempio. Da allora sono trascorsi più di quaranta anni. Passeggiare di sera con l’umidità che appanna le visioni, rimane ancora un nostro punto di riferimento. Non fumo dal 2006 ma con Marcello, per una di queste passeggiate, una presa di tabacco nella pipa di radica, non posso rifiutarla. Confesso che mi risulta un dolce sacrificio. Per una delle nostre passegiate ferraresi, sono necessari alcuni ingredienti fondamentali quali: semplicità, ironia, riflessione, profondità, reciprocità, rispetto, ascolto, profonda amicizia. Sono qualità apprese scoprendo una città “rara”, che necessita di condizioni climatiche particolari, di ombre e penombre, di silenzi. Una città inspirabile solo di sera. Una città che scorre lentamente sotto i nostri passi, dal “quartiere dei soldati” al “castrum bizantino.” Dove le parole sono quasi sussurrate, i sorrisi rimangono “sottobanco” celati da un sarcasmo tutto padano, discreto, rigorosamente privato. Passeggiate del dopo cena, delle equivalenze impossibili, dove la logica aristotelica di Marcello si confronta con la mia “fuzzy logic”, di Lotfy. Eppure, tra il determinismo di Marcello, e la mia trascedentalità, nascono momenti di autentica poetica dell’angolo (non me ne voglia Kevin Lynch), dello scorcio, dell’ombra che rivela il bisogno di luce e di nuove scoperte. E’ la nostra “Ferrara dei silenzi” che ci unisce in un sentimento di affetto per ciò che è e ciò come lo vediamo. Eppure, nonostante il contesto medio evale, torniamo a parlare di “Blus”, di “Jazz”. Dei suoi concerti a cui ha assistito negli USA e dei miei viaggi attorno al mondo, alla mia New Orleans, al mio French Quarter. Senza meravigliarsi della improbabile compatibilità di una città costruita su un cotto ferrarese e la musica afro americana. Grazie a Dio è la nostra comune educazione alla libertà di pensiero che ci rende vivi, soprattutto in quegli istanti. Da Piazzetta san Nicolò, a via Muzzina, a Piazza Sacrati, a San Romano, a Porta San Pietro, un susseguirsi di piccole emozioni trattenute per non distorcere l’atmosfera con inopportune enfatizzazioni. La nostra Ferrara. Quella della sera, dei passi che risuonano nei vicoli, della battuta sagace che riporta tutto ad una dimensione più “ontologica” dei nostri percorsi. E così trascorre la serata di una “Ferrara per noi”. Eccoci a pochi metri dalla Pizzeria Orsucci in San Romano. Un rapido sguardo carico di complicità e via, prosaicamente in pizzeria ad ordinare pizza e ceci da mangiare fuori all’aperto al freddo. Proprio come quando eravamo ragazzi. I passanti ci osservano frettolosamente mentre corrono a ripararsi al caldo. Probablmente, sono studenti meridionali. Non sono di Ferrara. Noi restiamo fuori, sulla distesa della pizzeria seduti al tavolino, quasi stravaccati a goderci il freddo la pizza e i ceci caldi. Come è bello risentirsi a casa, a Ferrara, con il freddo che pungola e ti fa ridere. Due battute in dialetto un sorso di birra, il fumo della pipa che verso l’alto si perde in quello slargo dove inizia la lieve salita di Porta San Pietro. La voce di Marcello riempie i vuoti lasciati dalla memoria. E’ una Ferrara intimistica, una città che bisogna scoprire prima di amare. Marcello è primario in ospedale a Cona. Gira ancora per città con la “Lambretta” rossa e bianca di allora. E’ una cima, ma eternamente semplice e profondo. Uno dei quei ferraresi che operano in silenzio, senza apparizioni o proclami. E’ una persona seria. Un amico a cui voler bene intensamente. Un autentico ferrarese.

RUINA “Ruines d’un château”

Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo .
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo .
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo.
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo.
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo.
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo.
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo.
Ruina, anno 1782. Chiesa di San Martino Vescovo.

RUINA

 “Ruines d’un château”

UN PAESE CHIAMATO “ ROVINA”

E’ incredibile come sia possibile che sentieri tanto distanti, possano incrociarsi per proseguire per un breve tratto assieme e di nuovo, definitivamente separarsi. Un gruppetto di otto amici francesi, docenti dell’Università di Toulose, mi chiesero di accompagnarli in una visita del territorio ferrarese. Provenivano da Ravenna dove avevano investigato sulla battaglia del 11 aprile del 1512. Erano interessati alla battaglia di Polesella del 22 dicembre 1509. Era giugno e la città profumava di tiglio. Questo ispirò un percorso in bicicletta. A quel tempo la ciclabile per Francolino non esisteva, per cui ci adattammo ad un percorso alternativo che ci portò attraverso il Barco a Pontelagoscuro.

Iniziò in questo modo una ricerca attraverso il luogo e non nel luogo. Non in auto, ma in bicicletta con tutte le implicazioni di tempi, energie, documentazioni ed altro ancora che essa determinava. Fare ricerca storica in bicicletta: roba da francesi. Eppure fu per tutti una esperienza coinvolgente e di cui ho un ricordo vivido e presente. Per me fu ritornare ragazzo in Francia.

Non ricordo per quale motivo dall’argine all’altezza del borgo di Ruina, scendemmo per fermarci davanti alla chiesa di San Martino Vescovo. Il nome “Ruina” proviene dalle rovine di un antico castello i cui resti erano presenti tuttavia nel 1508.  Della Pieve di Ruina si hanno tracce fin dal 906, inoltre vi è un primo documento del 993 in cui si cita “Massa Rovina”. In francese il nome “Ruine” attrasse l’attenzione degli amici francesi “…ruines d’un château…”. Nel 1450 Ruina aveva una popolazione di 150 abitanti. Nel 1621 erano300, includendo Fossa d’ Albero e Boara. La chiesa del 1782 , opera dell’architetto Antonio Foschini, è forse una delle più riuscite della provincia. Nell’accennare alla guerra dei “Barberini” ed ai saccheggi del 1643 subiti da Ruina dalle truppe veneziane, intervenne una delle ricercatrici che iniziò ad descrivere tutta la storia della guerra dei “Barberini” contro il Duca di Parma, Odoardo Farnese che indebitatosi per sostenere le guerre a favore della Francia in Lombardia, dovette ipotecare il Ducato di Castro e Ronciglione, nei pressi del lago di Bolsena. I cardinali Francesco ed Antonio Barberini, assieme a Taddeo Barberini, tutti nipoti del papa Urbano VIII, approfittarono, quali suoi creditori, delle difficoltà del Duca di Parma per chiedere il ducato ipotecato nel quale essi stessi dimoravano. Le trattative del 1639 fallirono e si finì per passare alle armi. La descrizione precisa e puntuale era stata arricchita da ulteriori considerazioni sul coinvolgimento diplomatico della Francia e dello Stato della Chiesa. Ripresi la narrazione storica arrivando direttamente ad una fase posteriore,  ossia giungendo al maggio 1643, quando il  25 dello stesso mese, il Duca di Parma alleato della Repubblica di Venezia, prese Bondeno sconfiggendo il comandante della guarnigione Francesco Moricone che fuggì a Ferrara e dove in seguito, precisamente il 14 luglio, fu decapitato reo di codardia. Il 29, sotto una “ dirottissima pioggia” così definita dal Frizzi, il Duca  di Parma attaccò la fortezza della Stellata, espugnandola dopo sette ore di resistenza. Da quel momento, il fiume Po fu in mano del Duca di Parma a Nord di Ferrara e dei suoi alleati veneziani a Sud. L’esercito veneziano fortificò la riva veneta del fiume a:  Ficarolo, Santa Maria Maddalena e Polesella. Fu durante questo periodo che i veneziani iniziarono le loro razzie nella parte ferrarese, incendiando, distruggendo, appropriandosi di ogni bene possibile nei paesi di Ro, Zocca, e Ruina, portando sulla loro riva tutti i mulini e le imbarcazioni. In codesto modo a Ferrara  iniziarono a mancare i mezzi per macinare il grano. La città dovette adattarsi usando i “pestrini”, macine spinte a mano o con animali. In questo periodo sto ristudiando il XVII° sec. ferrarese  e nelle mie ciclo passeggiate passo spesso per Ruina. Non rinuncio a discendere l’argine per visitare la chiesa e qualche altro manufatto di interesse storico. Si respira un’atmosfera particolare, tutta compresa tra storia e campi coltivati. Un silenzio che stordisce. Ovviamente non è ancora un itinerario turistico evoluto ma ne ha tutte la potenzialità in quanto, l’argine del grande fiume è storia e non solo natura. Da metà strada tra Ferrara e Goro, sarebbe necessario una semplice punto si sosta idoneo per il pernottamento. Purtroppo il clima ed altro ancora, non sono di aiuto.

 

 

L’ARTE PER L’ARTE . Nuovi Itinerari turistici

Renzo Melotti

Renzo Melotti dedica

 

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Renzo Melotti opere

L’ARTE PER L’ARTE

 Nuovi Itinerari turistici

 Renzo Melotti, gallerista ferrarese.

 

Conosco “Melotti” da tanti anni. Di quando in quando andavo a “ficcare il naso” tra le opere che esponeva. Vi erano sempre scoperte che mi lasciavano innamorato del mio amore per l’arte. Innamorarmi del mio amore. Ossimoro di un rituale esercizio narcisistico, lo ammetto.  Non riesco a definire Renzo Melotti con il semplice termine di gallerista. La sua storia va molto al di là di un lemma a cui diamo un significato molto riduttivo, rispetto al grande valore artistico e umano che in se, egli rappresenta per Ferrara. Non è necessario celebrare “Melotti” bastano due brevi esempi. Due iniziative. La collana “I grandi pittori a Ferrara” e la cartella “Dieci artisti per Ferrara.” con artisti quali: Treccani, Tamburi, Brindisi, Piacesi, Cappelli, Carroll, Gromo, Pini, De Micheli, Tedeschi.

Il numero degli artisti che hanno esposto con “Melotti”  e che ci hanno permesso di ampliare nuovi orizzonti a Ferrara è alto. Prendo spunto per chiarirmi con un altro emblematico esempio. Renzo Melotti con il “Lascito d’Arte Renzo Melotti” ha donato all’Arcispedale Sant’Anna di Ferrara centonovantasette opere di centocinquantasei artisti fra i più rappresentativi della nostra arte contemporanea. Renzo Melotti è nativo di Copparo, in provincia di Ferrara. Un ferrarese per i ferraresi.

 Come guida turistica, non vorrei mai nella mia vita, accompagnare un visitatore presso le opere raccolte da “Melotti”. Ho con loro, in particolare con quelle esposte all’Arcispedale Sant’Anna, un rapporto affettivo troppo intenso, pregno di ricordi ed ammirazione per l’uomo “Melotti”, per la sua sensibilità. Ecco che Ferrara possiede un ulteriore patrimonio artistico. E’ lì, lungo i corridoi dell’Arcispedale Sant’Anna, ormai dimesso. Non molto tempo fa, ho indirizzato due turisti di Parigi ad ammirare il “Lascito d’Arte Renzo Melotti” presso l’Arcispedale. Al rincontrarli mi hanno ringraziato con grandi sorrisi e calorose strette di mano. Avevano passeggiato per i corridoi soffermandosi e riprendendo la visita impiegando tutto il pomeriggio. Erano entusiasti di una scoperta. Di un luogo dell’arte ancora sconosciuto denso di contenuti figurativi ricchissimi.

Non entro nel merito della loro attuale condizione ma sappiano i Tour Operators che qui è possibile un escursus d’arte contemporanea davvero unico.

 

Un sincero ringraziamento all’amico “Melotti”.

(Mi dice sempre di chiamarlo Renzo, ma non mi viene.).

 

Le foto che pubblico provengono dalla pubblicazione: ARTE-CULTURA-SOLIDARIETA’ – l’Arte per L’Arte- Renzo Melotti per l’Emilia a cura di Renzo Melotti e Gianno Cerioli. (Editore Italia Tipolitografia. 2012)

 

… BENE HAI VEDUTO CHE IO NON POSSO QUEL CHE IO NON VOGLIO…

“… Levati o fratello….”

BENEVENUTO CELLINI A FERRARA
DA :
BenvenutoCellini
LA VITA DI BENVENUTO CELLINI FIORENTINO
scritta(per lui medesimo) in Firenze

“Levati su fratello e piglia le tue arme e vattene; bene hai tu veduto che io non posso quel che io non voglio e quel che io potevo fare non ho voluto” -……

LXXVI. ….. omissis ……….
….. Io me ne risi e cosí ce ne andammo.

Accompagnammoci con il procaccia di Vinezia il quale si chiamava per sopra nome Lamentone:con esso andammo di compagnia e passato Bologna una sera in fral’altre arrivammo a Ferrara; e quivi alloggiati a l’osteria di Piazza il detto Lamentone andò a trovare alcuno de’ fuorausciti a portar loro lettere e imbasciate da parte della loro moglie: che cosí era di consentimento del Duca che solo il procaccio potessi parlar loro e altri no sotto pena della medesima contumazia in che loro erano. In questo mezzo per essere poco piú di ventidua ore noi ce ne andammo il Tribulo e io a veder tornare il duca di Ferrara il quale era ito a Belfiore a veder giostrare. In nel suo ritorno noi scontrammo molti fuora usciti e’ quali ci guardavano fiso quasi isforzandoci di parlar con esso loro. Il Tribolo che era il piú pauroso uomo che io cognoscessi mai non cessava di dirmi:-Non gli guardare e non parlare con loro se tu vuoi tornare a Firenze-. Cosí stemmo a veder tornare il Duca; di poi tornaticene a l’osteria ivi trovammo Lamentone. E fattosi vicina a un’ora di notte ivi comparse Nicolò Benintendi e Piero suo fratello e un altro secchione qual credo che fussi Iacopo Nardi insieme con parecchi altri giovani; e’ quali subito giunti dimandavano il procaccia ciascuno delle sue brigate di Firenze: il Tribolo e io stavamo là discosto per non parlar con loro. Di poi che gl’ebbono ragionato un pezzo con Lamentone quel Nicolò Benintendi disse: -Io gli cognosco quei dua benissimo; perché fann’eglino tante merde di non ci voler parlare? – Il Tribolo pur mi diceva che io stessi cheto. Lamentone disse loro che quella licenzia che era data allui non era data a noi. Il Benintendi aggiunse e disse che l’era una asinità mandandoci cancheri e mille belle cose. Allora io alzai la testa con piú modestia che io potevo e sapevo e dissi: -Cari gentiluomini voi ci potete nuocere assai e noi a voi non possiamo giovar nulla; e con tutto che voi ci abiate detto qualche parola la quale non ci si conviene né anche per questo non vogliamo essere adirati con esso voi -. Quel vecchione de’ Nardi disse che io avevo parlato da un giovane da bene come io ero. Nicolò Benintendi allora disse: -Io ho in culo loro e il Duca -. Io replicai che con noi egli aveva torto che non avevàno che far nulla de’ casi sua. Quel vecchio de’ Nardi la prese per noi dicendo al Benintendi che gli aveva il torto; onde lui pur continuava di dire parole ingiuriose. Per la qualcosa io li dissi che io li direi e farei delle cose che gli dispiacerebbono; sí che attendessi al fatto suo e lasciassici stare. Rispose che aveva in culo il Duca e noi di nuovo e che noi e lui eramo un monte di asini. Alle qual parole mentitolo per la gola tirai fuora la spada; e ‘lvecchio che volse essere il primo alla scala pochi scaglioni in giú cadde e loro tutti l’un sopra l’altro addòssogli. Per la qualcosa io saltato inanzi menavo la spada per le mura con grandissimo furore dicendo: -Io vi ammazzerò tutti – e benissimo avevo riguardo a non far lor male che troppo ne arei potuto fare. A questo romore l’oste gridava; Lamenton diceva – Non fate – alcuni di loro dicevano – Oimè il capo! – altri – Lasciami uscir di qui -. Questa era una bussa inistimabile: parevano un branco di porci: l’oste venne col lume; io mi ritirai sú e rimessi la spada. Lamentone diceva a Nicolò Benintendi che gli aveva mal fatto; l’oste disse a Nicolò Benintendi: -E’ ne va la vita a metter mano per l’arme qui e se il Duca sapessi queste vostre insolenze vi farebbe appiccare per la gola; sí che io non vi voglio fare quello che voi meriteresti; ma non mi ci capitate mai piú in questa osteria che guai a voi -. L’oste venne sú da me e volendomi io scusare non mi lasciò dire nulla dicendomi che sapeva che io avevo mille ragioni e che io mi guardassi bene in nel viaggio da loro.
LXXVII.
Cenato che noi avemmo comparse sú un barcheruolo per levarci per Vinezia; io dimandai se lui mi voleva dare la barca libera: cosí fu contento e di tanto facemmo patto. La mattina a buonotta noi pigliammo i cavagli per andare al porto quale è non so che poche miglia lontano da Ferrara; e giunto che noi fummo al porto vi trovammo il fratello di Nicolò Benintendi con tre altri compagni i quali aspettavano che io giugnessi: in fra loro era dua pezzi di arme in asta e io avevo compro un bel giannettone in Ferrara. Essendo anche benissimo armato io non mi sbigotti’ punto come fece il Tribolo che disse: -Idio ci aiuti: costor son qui per ammazzarci -. Lamentone si volse a me e disse: -Il meglio che tu possa fare si è tornartene a Ferrara perchéio veggo la cosa pericolosa. Di grazia Benvenuto mio passa la furia di queste bestie arrabiate -. Allora io dissi: -Andiàno inanzi perché chi ha ragione Idio l’aiuta; e voi vedrete come mi aiuterò da me. Quella barca non è ella caparrata per noi? – Sí- disse Lamentone. – E noi in quella staremo sanza loro per quanto potrà la virtúmia -.Spinsi inanzi il cavallo e quando fu presso a cinquanta passi scavalcai e arditamente col mio giannettone andavo innanzi. Il Tribolo s’era fermato indietro ed era rannicchiato in sul cavallo che pareva il freddo stesso; e Lamentone procaccio gonfiava e soffiava che pareva un vento; che cosí era il suo modo di fare; ma piú lo faceva allora che il solito stando acconsiderare che fine avessi avere quella diavoleria. Giunto alla barca il barcheruolo mi si fece innanzi e mi disse che quelli parecchi gentiluomini fiorentini volevano entrare di compagnia nella barca se io me ne contentavo. Al quale io dissi: -La barca è caparrata per noi e non per altri e m’ incresce in sino al cuore di non poter essere con loro -. queste parole un bravo giovane de’ Magalotti disse: -Benvenuto noi faremo che tu potrai -. Allora io dissi: -Se Idio e la ragione che io ho insieme con le forze mie vorranno o potranno voi non mi farete poter quel che voi dite -. E con le parole insieme saltai nella barca. Volto lor la punta dell’arme dissi: -Con questa vi mostrerrò che io non posso -. Voluto fare un poco di dimostrazione messo mano all’arme e fattosi innanzi quel de’ Magalotti io saltai in su l’orlo della barca e tira’gli un cosí gran colpo che se non cadeva rovescio in terra io lo passavo a banda a banda. Gli altri compagni scambio di aiutarlo si ritirorno indietro: e veduto che io l’arei potuto ammazzare in cambio di dargli io li dissi:
-Levati su fratello e piglia le tue arme e vattene; bene hai tu veduto che io non posso quel che io non voglio e quel che io potevo fare non ho voluto -.
Dipoi chiamai drento il Tribolo e il barcheruolo e Lamentone; cosí ce ne andammo alla volta di Vinezia. Quando noi fummo dieci miglia per il Po quelli giovani erano montati in su una fusoliera e cir aggiunsono; e quando a noi furno al dirimpettoquello isciocco di Pier Benintendi mi disse: -Vien pur via Benvenuto ché ci rivedremo in Vinezia. -Avviatevi che io vengo – dissi – e per tutto mi lascio rivedere -. Cosí arrivammo a Vinezia. Io presi parere da un fratello del cardinal Corsaro dicendo che mi facessi favore che io potessi aver l’arme qual mi disse che liberamente io la portassi che il peggio che me ne andava si era perder la spada.

foto di Antonio Greci.
foto di Antonio Greci.
foto di Antonio Greci.
foto di Antonio Greci.
foto di Antonio Greci.

San Francesco. Un campanile “…tronco e sconciamente inclinato…”

Ferrara. Basilica Minore di San Francesco. Campanile.
Ferrara. Basilica Minore di San Francesco. Campanile.
Ferrara. Basilica Minore di San Francesco. Campanile.
Ferrara. Basilica Minore di San Francesco. Campanile.
Da "La Basilica di San Francesco in Ferrara" di P.Gino M. Manzottti. O.F.M. Conv. ed. 1957
Da “La Basilica di San Francesco in Ferrara” di P.Gino M. Manzottti. O.F.M. Conv. ed. 1957

 

 

Un campanile “…tronco e sconciamente inclinato…”

Un conoscente di Roma mi chiese di accompagnare in una visita informale una coppia di suoi amici inglesi ambedue ex docenti di Oxford, da anni residenti a Ginevra. Mattew e Gale stavano festeggiando il loro 45° anniversario di matrimonio con l’ennesimo tour italiano. Tornavano a Ferrara dopo anni di assenza. Parlavano un eccellente italiano ed erano preparatissimi. Gale mi chiese di accompagnarli alla Basilica di San Francesco per quello che lei ironicamente definiva “un suo capriccio” e di cui si scusava. Desiderava vedere il luogo ove indicativamente, erano stati sepolti Ugo d’Este, Parisina Malatesta e Aldovrandino di Rangoni. Entrammo nel complesso conventuale dal cortile posteriore dove incontrammo Padre Orazio Bruno, amico di vecchia data, occupatissimo come sempre. Mattew fu colpito dal campanile che non aveva mai visto. Gli appariva sproporzionato, tozzo e corto. Illustrai brevemente la storia del campanile dell’Aleotti.

Iniziata la costruzione il 22 giugno 1606, il campanile raggiungeva i 94 piedi d’altezza escludendo il piano delle campane. Era il campanile più alto della città. Poco tempo dopo, cominciò ad inclinarsi pericolosamente verso il corpo della Basilica, per cui si rese necessario smantellarlo nel 1616. L’Aleotti che lo aveva progettato, non aveva valutato l’argillosità del terreno che aveva poi ceduto sotto il peso della struttura. E così rimase, come scrive il Frizzi: “… tronco e sconciamente inclinato …”. Ripetei testualmente la citazione del Frizzi che suscitò il sorriso divertito di ambedue.

Ma questo non era stato l’unico campanile della Basilica. V’è n’era stato uno in precedenza ed era strettamente collegato al “capriccio” di Gale. Infatti, secondo M. Zanotti nella sua ““La Basilica di S. Francesco in Ferrara” del 1957, l’autore era convinto che la chiesa gotica del 1341 precedente all’attuale, avesse il suo campanile, poi abbattuto a partire dal 12 luglio 1495 in coincidenza con l’inizio della costruzione della nuova chiesa del Rossetti. Ugo e Parisina erano stati sepolti, qualche storico disse, “in terra sconsacrata”, vicino al campanile del 1341. Lo Zanotti faceva riferimento ad un vecchio calendario del convento di San Francesco che riporta in sintesi la sepoltura avvenuta nel cimitero prospiciente il campanile alle 2 del mattino. Il Diario Ferrarese confermava, aggiungendo che furono trasportati su di una carretta. In ambo le testimonianze viene citato Aldovrandino di Rangoni da Modena, assieme ad essi tumulato. Per concludere, citando il Cittadella, si ha il ritrovamento della base dell’antico campanile “in quadro e scarpato” in un punto al centro dell’area occupata dalle due cappelle del SS. Sacramento e di San Giuseppe da Copertino. Il cimitero era localizzato giusto in quell’area. Ugo, Parisina e Aldovrandino, molto probabilmente riposano in quel luogo. Come detto, con la nuova Basilica, sparirono campanile e cimitero.

Individuato il luogo finimmo la nostra escursione della Basilica Minore. Nell’ammirare la facciata del Rossetti, ricordo che commentavamo la lettera che Nicolò III inviò alle corti d’Europa per giustificare la decapitazione ed il tradimento subìto e così, come di suo diritto, incamerare la dote di Parisina. Mi venne spontaneo proporre una riflessione teologica sul concetto che lega la meraviglia al perdono. L’Aleotti, forse aveva suscito meraviglia attraverso la grandiosità scenografica del campanile, come Ugo e Parisina per semplice passione, con l’adulterio . In ambo i casi essi avevano provocato uno scandalo. E’ inevitabile che ogni forma di scandalo arreca offesa a qualcuno. Con la dichiarazione di pentimento del reo, nasce il perdono. Meraviglia/scandalo/offesa/pentimento/perdono. Cristo diceva di perdonare sette volte al giorno. E’ il primo passo per “l’autocritica”, per il riconoscimento delle proprie responsabilità. La quotidianità del ripetersi di una tale semplice dinamica, colpì nel segno. Ogni giorno con umiltà dobbiamo riconoscere che in qualcosa abbiamo arrecato offesa e contemporaneamente, ringraziare con umiltà, per quel che abbiamo. Ricordo come Mattew e Gale annuirono.

Come guida, prescindendo dalle fonti e dalla loro attendibilità, che lascio volentieri alla filosofia della scienza, scrivo di questa breve esperienza nel tentativo di trasmettere l’attualità della nostra storia comune, in questo caso ferrarese, con il nostro vivere quotidiano e quanto essa possa essere sentita dal turista che vive una visita guidata esperienziata. A mio avviso, un campanile di per se, fa già storia.

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